Mi lavai i denti con lo sguardo e l’attesa di mia nipotina incollati ai miei gesti, mi attendeva per leggerle la sua filastrocca, per poi addormentarci insieme, a letto, nello stesso orario. Evento di gioia.
Il solito rito: accesi la candelina a forma di stella appoggiata sulla sponda del mio letto, staccai dal muro il foglio di carta, la filastrocca a lei dedicata che scrissi quando lei nacque.
Mi sedetti a gambe incrociate e mi rimboccai il soffice e tiepido piumotto sino alla vita, mentre al mio fianco, Valeria si accovacciava cinetica sotto il suo di piumino, tirandosi frettolosamente il bordo del tessuto sino alla bocca, mai stanca di proferire parole.
Lessi con tono lieto le prime strofe, lasciando a lei il gioco della rima all’ultima parola che prontamente inseriva con memoria infallibile.
D’improvviso sgusciò dalle lenzuola per chissà quale ragione e nella totale sbadataggine e impazienza infantile, al suo secondo passo inciampò nella gamba del letto e cadde assaporando il parquet.
Il pianto echeggiò rumoroso nella stanza con una quantità tale di acqua negli occhi da non vedere più la limpidezza della sua pupilla.
La raccolsi con tenerezza e la strinsi fra le mie braccia, incollandomela al petto.
Mi rimisi seduta nel letto, creando fra le mie gambe poste ad angolo retto, piede contro piede un alcova tutta per lei, ancora immersa nel suo piccolo grande mare salato. Iniziai a dondolare, le accarezzai i capelli baciandole con estrema leggerezza la pelle vellutata del viso in modo da asciugare i rigagnoli dalle guance.
Avevo gli occhi acquosi e segreti; avrei desiderato a mia volta essere in un anfratto, incastonata fra le gambe di un'altra persona, stretta al suo petto e avvolta in un abbraccio, accarezzata mentre raccoglieva le mie lacrime, la mia tristezza, il mio cuore.
Rimanemmo cosi sino a quando la quiete si appoggiò di nuovo al suo sorriso.
Le rimboccai la notte e le stelle con un ultimo bacio.
Presi il cuscino e in un affondo donai il mio pianto sommesso, silenzioso; fu la rugiada della sera che liberavo piano piano.
Non potevo importunare la notte. Non potevo svegliare Valeria.
Non potei.
Mi sentii intrappolata, il mio mare si trasformò in oceano. Un oceano senza canto, un oceano imprigionato.
Può mai essere imbrigliato un oceano?
Stamani, salutai il mattino e la piccola con un bacio, rimisi i vestiti di ieri per non far troppo rumore e chiusi il portone di casa dietro al mio silenzio.
Oggi il mio viso è appannato e gli occhi sono meno vivaci. Attendo l'allontanarsi delle nuvole. Presto i raggi del sole faranno di nuovo capolino, li aspetto, con i miei fiori colorati.
Il solito rito: accesi la candelina a forma di stella appoggiata sulla sponda del mio letto, staccai dal muro il foglio di carta, la filastrocca a lei dedicata che scrissi quando lei nacque.
Mi sedetti a gambe incrociate e mi rimboccai il soffice e tiepido piumotto sino alla vita, mentre al mio fianco, Valeria si accovacciava cinetica sotto il suo di piumino, tirandosi frettolosamente il bordo del tessuto sino alla bocca, mai stanca di proferire parole.
Lessi con tono lieto le prime strofe, lasciando a lei il gioco della rima all’ultima parola che prontamente inseriva con memoria infallibile.
D’improvviso sgusciò dalle lenzuola per chissà quale ragione e nella totale sbadataggine e impazienza infantile, al suo secondo passo inciampò nella gamba del letto e cadde assaporando il parquet.
Il pianto echeggiò rumoroso nella stanza con una quantità tale di acqua negli occhi da non vedere più la limpidezza della sua pupilla.
La raccolsi con tenerezza e la strinsi fra le mie braccia, incollandomela al petto.
Mi rimisi seduta nel letto, creando fra le mie gambe poste ad angolo retto, piede contro piede un alcova tutta per lei, ancora immersa nel suo piccolo grande mare salato. Iniziai a dondolare, le accarezzai i capelli baciandole con estrema leggerezza la pelle vellutata del viso in modo da asciugare i rigagnoli dalle guance.
Avevo gli occhi acquosi e segreti; avrei desiderato a mia volta essere in un anfratto, incastonata fra le gambe di un'altra persona, stretta al suo petto e avvolta in un abbraccio, accarezzata mentre raccoglieva le mie lacrime, la mia tristezza, il mio cuore.
Rimanemmo cosi sino a quando la quiete si appoggiò di nuovo al suo sorriso.
Le rimboccai la notte e le stelle con un ultimo bacio.
Presi il cuscino e in un affondo donai il mio pianto sommesso, silenzioso; fu la rugiada della sera che liberavo piano piano.
Non potevo importunare la notte. Non potevo svegliare Valeria.
Non potei.
Mi sentii intrappolata, il mio mare si trasformò in oceano. Un oceano senza canto, un oceano imprigionato.
Può mai essere imbrigliato un oceano?
Stamani, salutai il mattino e la piccola con un bacio, rimisi i vestiti di ieri per non far troppo rumore e chiusi il portone di casa dietro al mio silenzio.
Oggi il mio viso è appannato e gli occhi sono meno vivaci. Attendo l'allontanarsi delle nuvole. Presto i raggi del sole faranno di nuovo capolino, li aspetto, con i miei fiori colorati.


